Perchè 42accelerator si è trasformato

E tempo di rivelare tutta la storia, del perchè ho fallito, e le 5 lezioni che ho, che abbiamo, appreso, per continuare su una strada nuova

Questa è una sinossi ermetica

Un mio satirico e stimatissimo socio di 42Accelerator era solito paragonare il nostro mestiere di ‘acceleratore’ di startup a quello degli scafisti, che aiutano i giovani imprenditori di talento italiani a qualificarsi per migrare negli Stati Uniti, in Israele, in Canada, anche in Germania, insomma in ecosistemi più maturi. Ogni volta che tirava fuori sta metafora torbida, non sapevo da che parte guardare, e cercavo di cambiare discorso, un po’ offesa anche, perchè in me cova una fervente passione civile.

Oggi ricevo un’email dal ministero dello sviluppo economico, il quale mi chiede conferma che un imprenditore del Sudan abbia effettivamente proposto un progetto di innovazione a 42Accelerator, come garanzia per concedere a costui una Startup Visa.

Ho verificato: l’application non era completa, sembrava proprio abbandonata. Ho risposto che sì, avevo la prova che questo ragazzo potesse ottenere il visto per entrare, la startup esisteva proprio.

A quel punto ho riavvolto il nastro della nostra breve storia, le ragioni per cui abbiamo cominciato e quelle per cui ci siamo fermati qualche mese fa, e 42xxl mi è parso come Gattaca, o meglio come le porte di Tannhauser, che non si sa bene dove siano, ma che molti dichiarano di voler attraversare. E ho capito che il mio socio a suo modo aveva proprio ragione. E anche io, forse.

E’ strano il mestiere degli scafisti alle porte di Tannhauser. La ragione per cui abbiamo fallito, è che pensavamo davvero di poter accelerare delle startup.

Invece, abbiamo frainteso il nostro mercato, cioè che il loro ‘job’ fosse andare oltre quelle maledette porte, chissenefrega della startup, la startup è solo un mezzo di fortuna, che fa acqua da tutte le parti — si fa per dire, perchè non c’è acqua a Tannhauser. E quindi, è stato giusto fallire e pivotare. E poi, noi stessi non ce la facevamo più di remare assieme.

Questa è tutta la storia, lunga

Più precisamente: la mia parte di una storia piena protagonisti, ognuno con la propria da raccontare.

Non siete all’IKEA, quindi se volete tagliare corto, qui c’è l’epilogo.


Prologo

Credo che nelle mani dei nuovi imprenditori ci sia la forza e l’energia per cambiare il mondo.

Figlia di militanti comunisti, per i quali l’imprenditore era il ‘paròn’ contro cui ergere i propri interessi, essere imprenditrice e aiutare i cittadini a diventarlo era per me il modo per occuparmi della mia società, e fare politica.

Agli albori del movimento startup a Torino, The Doers aiutava i giovanissimi aspiranti imprenditori a fare le scelte di progettazione migliori per il loro prodotto o servizio. Ci occupavamo di interaction, service & UX design, e il nostro modello di servizio era consulenziale, a volte sostenuto da partecipazioni nelle startup stesse.

Ci siamo presto resi conto che il prodotto era l’ultimo dei problemi, per quanto bello ed usabile fosse. Quello che davvero mancava a questi imprenditori era un aiuto per progettare, per validare, il loro modello di business. Era il 2013 e The Doers ha pivotato: la nostra nuova sfida era aiutare i giovani imprenditori startup

  • A validare il modello di business prima di arrivare al prodotto “definitivo”, e quindi
  • A comprendere e sfruttare la natura sperimentale del processo di validazione.

La manovalanza con i progetti di innovazione early stage non ci è mancata: in un anno e mezzo abbiamo seguito più di 100 startup, applicando e rifinendo un percorso strutturato e multi-disciplinare — Lean Startup, Customer Dev, Growth Hacking, Lean Analytics, Business Modelling, Design Thinking, JTBD, Outcome Driven Innovation …— di validazione del modello di business. A Torino, Milano, Cagliari, Napoli, Venezia, Firenze.

42Accelerator — 42xxl

Ci sentivamo quindi pronti, nel 2014, per riprendere in mano l’intento di fondare un acceleratore —intento annegato due anni prima nella nostra inesperienza.

Un acceleratore ha un modello di business molto diverso dalla consulenza: è finanziato da una management fee, al servizio di un gruppo di investitori interessati ad investire in innovazioni early stage. Chi lavora in un acceleratore non è necessariamente un investitore, e viceversa. Il compito di chi accelera è selezionare le proposte di innovazione e trasformarle in aziende di enorme valore, in modo che poi gli investitori di cui sopra possano guadagnare. Abbiamo scritto molto di come funziona un acceleratore a grandi linee, qui e qui, per esempio.

Una volta partecipai ad un summit del GAN (Global Accelerator Network) presso HFarm: Brad Feld, allora capo di TechStar, mi sedeva a fianco e non smetteva di rispondere alle email. Ad un certo punto ha commentato, stizzito: “passo il 90% del mio tempo a trattare con gli investitori”.

A Cosimo e me mancavano le competenze e il talento per gestire questa componente così importante di mestiere. Così quando abbiamo incontrato il team di 42Advisory ci è parso di trovare finalmente la quadra. Erano loro gli esperti nel relazionarsi col ‘mondo degli investimenti’, con gli “ecosistemi startup”, perscrutarne regole, interessi, network. Galeotto fu Paul Graham, e il modello di YCombinator, che tutti noi 5 sognavamo di emulare.

Da questo combaciare di interessi, predilezioni, modelli, è nato 42Accelerator (42xxl). O meglio, è nato l’intento. Si è concordato su due punti, cruciali per la credibilità del progetto:

  • la natura privata ed imprenditoriale dell’iniziativa: saremmo stati noi stessi i primi investitori e soci operativi
  • la natura sperimentale del processo di validazione di 42xxl stesso: c’è un mercato? che problema ha? la nostra offerta è credibile? siamo in grado di accelerare effettivamente, noi 5, un team di startup da un punto ad un altro del percorso di validazione, in modo da generare valore utile tanto per per le startup, per il mercato, e per gli investitori? etc. Tutte domande in attesa di esperimenti.

Primo batch sperimentale — W2015

A febbraio del 2105 abbiamo avviato le attività per la selezione del primo batch sperimentale, per validare l’attrattività della nostra offerta, che, sottolineo, non comprendeva inizialmente alcuna forma di l’investimento finaziario. Era sostegno alle decisioni, purosangue e gratuito, quello che in gergo di chiama mentorship o coaching. Chiamatelo come volete: fare innovazione è una delicata questione di postura. E’ importante che qualcuno ti guardi, sempre.

In meno di 45 giorni, senza budget di comunicazione, abbiamo ricevuto 150 application da tutto il mondo, sfruttato agosto per ultimare i colloqui di selezione (nell’unica saletta refrigerata di via Mantova 36) e siamo ‘partiti’ a ottobre. Abbiamo smarcato le metriche di validazione che avevamo condiviso, catalogato e capitalizzato tutti i learning, tutto quello che un socio — che ancora non sapevamo avremmo avuto — ha poi chiamato ‘capitale intellettuale’.

Non avevamo un fondo, sarebbe stato prematuro costituirlo!

Non avevamo nemmeno una ragione sociale comune!

Nulla di tutto ciò serviva a validare gli assi portanti del nostro futuro modello di business. Anzi, ci saremmo subito ingessati.

Risultato: delle 4 startup che hanno partecipato al primo programma (solo 4 ce ne potevamo “permettere”), 2 hanno cambiato modello di business, affrancandosi dal rischio di crescita prematura e quindi fallimento oneroso. Una è passata da IRL2 a IRL4 (Investment Readiness Level, vedi qui), una è volata in Chile per partecipare a Startup Chile.

Il segnale debole che cercavamo sulla nostra capacità di incidere, assieme e in modo significativo sulle scelte e sul futuro delle startup, con un metodo ed un processo strutturato, si era manifestato.

Fundraising 2016 e secondo batch (primo ufficiale) — S2016

Ad inizio 2016 abbiamo cominciato ad allacciare rapporti con un pool di investitori privati, allineati con noi negli interessi e nell’approccio. E’ stato un processo di selezione reciproca lungo e difficile, che ci ha permesso di conoscere ed aggregare persone di inestimabile valore. E anche fondi, naturalmente, per strutturare il funzionamento dell’accelerazione nel modello di sostenibilità che gli appartiene.

Rispetto all’edizione precedente, abbiamo arricchito il processo di selezione di passaggi chiave, a nostro avviso,

  • per comprendere il team e cogliere segnali anticipatori sulla loro capacità di attraversare il percorso di accelerazione con l’approccio sperimentale che noi pratichiamo,
  • per misurare con maggiore accuratezza il livello di maturità del progetto,
  • per permettere anche ai team di misurare noi, il nostro carattere, metodo, la nostra offerta. Il rapporto di accelerazione è intrinsecamente un rapporto di partnership, stima, fiducia.

Il primo batch ufficiale si è svolto nella primavera-estate 2016. Da 250 application, siamo riusciti a selezionare 7 team.

Risultato a fine programma, dopo 6 mesi: 2 team sopravvissuti, 3 progetti spenti, 2 ‘zombie’. Di quei 2, solo 1 è ancora in attività, adesso, e sta progredendo. Non ci interessa dare evidenza dei successi, o tenere in vita artificialmente i progetti il tempo necessario a raccogliere il round successivo di finanziamenti. Lo ‘spegnimento’ dei progetti che sono passati da 42xxl è stato sempre catartico, suscitato dal nostro intervento strutturato, stringente, a volte socratico, e si è presentato sotto forma di ravvedimento profondo da parte dei founders. Mai bello, sempre doloroso, ma necessario, salvifico, e ricco di apprendimenti per il futuro degli individui. Oltre a ciò, è un risparmio di energie, per tutti.

Per quanto riguarda noi di 42, founders e tutti i 10 investitori assieme, il secondo batch è stata ancora di più un’esperienza densa di apprendimenti.

La nostra curiosità per i modelli (di business, di metriche, di progresso) continuava ad alimentare un viaggio investigativo entusiasmante tra le chiavi del successo dell’imprenditoria innovativa. Potevamo contare, potremmo tuttora contare, su formule aritmetiche ed algoritmi per selezionare e controllare l’avanzamento di ogni team.

Il ché rende molto veloce accumulare capitale intellettuale da un batch all’altro, e molto rapida e ripida la curva di apprendimento.

L’ultimo batch — W2016–17

Le risorse progettuali continuavano ad accrescersi, e tutti abbiamo accolto questo fenomeno con la stessa fiducia. Ci siamo quindi affrettati ad avviare, finanziariamente ed operativamente, il nuovo batch, Winter 2016–2017.

Con una novità importante rispetto a quelli precedenti: non avremmo accettato team con un indice di maturazione inferiore a IRL3. Perchè, per farla molto breve, 6 mesi di accelerazione — con il modello che avevamo messo a punto — possono bastare per portare una startup da IRL3 a 6, ma sono mediamente insufficienti se l’IRL è inferiore. E se una startup esce dal programma ad IRL minore di 6, senza il product-market fit, entra nel malaugurato limbo dei finanziamenti “a ponte”. Vade retro.

IRL3 significa: “Ho validato che esiste un mercato con un problema specifico che intendo risolvere, e ho in mente un’offerta di soluzione. Il mercato l’ho incontrato, ho raccolto metriche oggettive, e ho formulato un’offerta. Il prodotto non è detto che ce l’abbia, ma sono in grado di sviluppare un prototipo”.

Risultato: da 300 applications, dopo un re-ingegnerizzato processo di recruitment, siamo riusciti a selezionare una sola startup. Non esistevano le condizioni per avviare un batch, e ci siamo fermati (perchè avevamo creato le condizioni per poterci fermare).

Quindi:

  • Ci siamo ritrovati “improvvisamente” senza mercato: non siamo stati in grado di intercettare team con il giusto tratto di strada alle spalle
  • Avevamo in mano le chiavi di un modello di accelerazione inutile

Sospeso il Batch W2016–17, non ci siamo seduti: abbiamo continuato a cercare di capire il perchè di queste discrepanze. A modo nostro, conducendo più di 50 interviste, scavando nelle esistenze delle persone, nelle determinanti della scelta imprenditoriale, nel percorso che li ha portati alle porte di 42xxl.

Nonostante l’assiduità che pensavamo di avere con il mondo startup, con i nostri interlocutori, ancora ci sfuggivano un paio di punti essenziali:

1La spinta imprenditoriale di chi siamo riusciti a raggiungere con le nostre call, arriva da un desiderio di emancipazione/fuga da un quadro di impiego — qui in Italia — non meritocratico, geriatrico, che non premia la progettualità individuale, demotivante. E’ la sindrome da ‘Boss Idiota’. Altre volte, anche da un desiderio di riscatto economico. Altre volte, anche dal fatto che non si trova una vera e propria ragione per alzarsi la mattina.

Può capitare all’esaurirsi di un ciclo professionale, o nel mezzo degli studi. Per formulare un progetto alternativo servono infatti tempo e un po’ di pocket money. Uno studio americano ha rilevato che molte startup sono state fondate nei periodi di interruzione delle lezioni accademiche, quelli degli esami. Altre, nei periodi di vacanza. C’è chi chiede ai propri genitori di deflettere i fondi per l’università, o per la macchina, nell’avviamento della propria ‘startup’. Insomma: Tempo & pocket money.

Un appello molto complesso, nella sua ingenuità, e molto molto ricorrente.

2 La domanda sorge impietosa: se l’assenza di motivazione, di impatto, e di ‘fair feedback’ è il problema, sacrosanto e grave, siamo sicuri che il nostro ecosistema startup offra una soluzione?

Esaminiamo quello che succede. L’individuo, non il team, viene contagiato da un’idea. Se la cova un po’ per sè, poi prende coraggio e decide di metterla il pratica, perchè, logicamente, è quello che viene da fare quando si ha un’idea. Oppure, cerca di capire se è un’idea bella oppure no. Allora mette il naso fuori e scopre che ci sono un sacco di concorsi — a premi o senza premi — per idee di startup. Tanti balli in cui le idee si esibiscono da debuttanti. Allora costui o costei veste l’idea di tutto punto, (un bel “Pitch”), recluta uno o due soci per ragioni di opportunità, e la lancia sul palco. Un ballo tira l’altro, specie se l’idea piace e se si ricevono feedback positivi, magari anche qualche premio in soldini. D’altra parte è questo il genere di gratificazioni che si cercava all’inizio. Un capo che ti dice quanto è bella la tua idea e ti permette di svilupparla. Una ragione per alzarsi dal letto, una bella sfida. Qualcuno che creda in te.

L’ingranaggio principe dei nostri comportamenti. Un circolo. Può essere virtuoso o vizioso.

Trigger: desiderio di gratificazione, ricerca di feedback, ricerca di pocket money

Habit: faccio un pitch

Reward: ricevo feedback (c’è sempre qualcuno di espansivo in giuria) e magari un premio in denaro, o comunque un incoraggiamento. Qualcuno potrebbe addirittura scegliere di investire!

Sembra un sistema perfetto. Un eco-sistema perfetto. Invece, maledizione, è una trappola mortale, una non-soluzione, un inganno, una fregatura.

Un eco-sistema perfetto dovrebbe dispensare con estrema parsimonia le startup competition, i pitch festival, e tutte queste amabili perdite di tempo (e si lo so che il confronto va sempre bene, ma le pitch competition sono come le noci in un antico adagio della scuola medica salernitana “una noce ai ghiotti arride, nuocion due, la terza uccide!”).

Perchè il tempo e i soldi sono molto pochi all’inizio e vanno investiti con frugale intelligenza, in attività davvero utili. Le attività davvero utili per un imprenditore startup sono quelle di validazione del mercato. Abbiamo scritto e detto un sacco a questo proposito. Chissenefrega della giuria di un premio startup vattelapesca.

Non lo si fa, di avvicinare il mercato come prima cosa, per molti motivi, non ultimo il fatto che la cultura imprenditoriale è così scarsa e lacunosa che non si sa proprio come procedere. Se non lo fosse, non ci sarebbero le startup competition. Ci sarebbero le startup a IRL3, invece.

A prescindere dal destino di un giovane acceleratore, che interessa sì e no una trentina di persone, il vero danno causato da questa situazione è duplice:

  • da una parte lo spreco di vere e proprie miniere di energia umana ed imprenditoriale,
  • dall’altra il prosperare di problemi veri, per le persone, che potrebbero essere dissodati, estratti, esaminati, valutati con nuovi occhi, alla luce di nuove possibilità anche tecnologiche, e che invece non vengono risolti.

Apprendimenti

Uno

Paul Graham aveva ragione, le startup nascono morte, e la ragione per cui sopravvivono in alcuni ecosistemi e non in altri, è che in alcuni è stato sviluppato un antidoto, culturale, e sistemico, alla morte. In altri, come il nostro, no. E noi di 42xxl abbiamo sbagliato ad ispirarci a lui in tutto, rifiutandoci di cogliere questo pensiero chiave. (Bias da conferma)

Due

Fondare una startup è spesso una soluzione compensativa ad un problema che forse meriterebbe anche altre e diverse soluzioni. L’imprenditoria sperimentale, innovativa, è solo una di queste, forse la più preziosa. La startup all’inizio sembra una fragilissima barca da diporto allestita nel tentativo di emigrare in un posto migliore: è un viaggio giusto, dannatamente legittimo, ma l’unico posto in cui un imprenditore dovrebbe emigrare, e prendere la residenza, è quello che sta fuori dalla propria zona di comfort, vicino ai problemi reali delle persone, al ‘mercato’. A qualunque costo. L’ecosistema startup, adesso, non è quel posto. E noi stavamo lì, che ci piacesse o no.

Tre

L’acceleratore è visto come una forma avanzata di startup-competition. Un posto dove andare a bussare quando hai finito i soldi, i feedback o la speranza, parte dello stesso habit-loop di cui sopra.

La ragione per cui esistono acceleratori in Italia, che funzionano come parte integrante di questo meccanismo, non credo di volerla esplorare in questa sede.

Quattro

Non sappiamo se esiste un “mercato” di progetti startup a IRL3, ma certamente esistono team che sono riusciti a vincere la morsa di questo eco-sistema, e noi abbiamo fallito nel conquistarne la fiducia, nell’intercettarli.

Cinque

Quando gli occhi si aprono, è il tempo di agire. Invece, ci siamo fermati, e non perchè avessimo esaurito le risorse. Qui viene il bello. Le risorse c’erano. Ci siamo fermati perchè non avevamo più la forza, l’energia, di procedere assieme. Quello che ripetiamo sempre alle startup, noi non siamo riusciti a farlo nostro, e abbiamo sottovalutato uno tra i principali fattori di rischio: abbiamo composto una squadra a tavolino, facendo combaciare interessi ed inclinazioni, ma non la visione, i valori. E abbiamo perseverato, di esperimento in esperimento, pensando che i risultati venissero prima di tutto. Invece no: almeno per alcuni di noi viene prima il con chi, poi il come, poi il per chi, e poi, per ultimo, il cosa.

Ho una grandissima stima dei miei soci di 42xxl. Con alcuni condivido anche The Doers. Ma in questo progetto, assieme, abbiamo esaurito le energie, ci siamo consumati invece di rafforzarci.

E’ tempo quindi, di fermarsi a riflettere.

Epilogo e pivot

Il progetto 42xxl non accelera più startup. Il motore è spento. Potete continuare a sottoporre le vostre idee, se vi è in qualche modo utile per ottenere una Startup Visa metaforica o reale, ma non siamo più organizzati, in questo modo, per dare seguito alle vostre richieste di feedback. Ci abbiamo provato. Ci dispiace. Ci stiamo ri-organizzando.

Questa storia ha tantissimi protagonisti. Ognuno porta con sè una scoperta, un apprendimento da reinvestire nel proprio futuro, con un pivot: noi soci fondatori, il nostro team, chi ha co-investito assieme a noi, chi ha attraversato qualche fase del processo di selezione, chi ha attraversato i 2 batch di accelerazione; chi ha continuato a fare l’imprenditore, chi ha valorizzato i learning in un altro campo, chi ha proprio chiuso con questa storia delle startup.

Per quanto mi riguarda, continua a starmi a cuore il ruolo dell’imprenditoria trasformativa nella nostra società e mi sto impegnando assieme al team di The Doers, e ai nostri partners, nel trasferire cultura imprenditoriale d’innovazione, scientifica, fattiva, e sperimentale, ai ragazzi delle scuole superiori (From Idea To Action e 42Next), ai ricercatori universitari (Mars42), ai manager delle aziende (The Next Curve), e a chi si voglia occupare di innovazione, dentro e fuori le organizzazioni (Lean INovation Express, Corporate Innovation Program, The Doers Startup Nation). Ogni giorno spendiamo ed integriamo il Capitale Intellettuale raccolto grazie all’esperienza di 42Accelerator, cercando di ottenere un impatto maggiore, più profondo, ancora più serio.

E gli Imprenditori Startup?

“Questa strada è dedicata ad Asia Acis, dal nome di colei che, da ingegnere, l’ha aperta dentro l’autore” — Walter Benjamin

Mi sta molto a cuore la definizione che Walter Benjamin ha coniato dell’ “ingegnere politecnico” e la giustappongo a quella dell’imprenditore, che ho maturato con l’esperienza: non è un laureato al M.I.T., a Bari, a Torino, o nella Silicon Valley. E' una persona che apre strade, nella realtà, nelle persone e tra le persone, che esplora il labirinto di percorsi, ponti, materiali, significati, già creati dall’uomo per decodificarli, sovvertirli, e crearne di nuovi. E’ una figura che sta al di fuori delle classi sociali, a cui è affidato il compito di trasformare il mondo in meglio.

L’imprenditore startup, per me, non è (solo) chi fonda una nuova ragione sociale multimilionaria, ma chi trova una nuova ragione di esistere nella società, risolvendo problemi importanti in modo trasformativo, costruendo per sè e per gli altri un futuro originale, senza abitarne uno pre-fabbricato.

Mi sta a cuore perchè è questo (l’ingegnere e )l’imprenditore che vorrei diventare e che vorrei contribuire a moltiplicare.